Intervista sul tema del commercio e territorio all’Arch. Iginio Rossi *
* Architetto, si occupa della rivitalizzazione territoriale e urbana con particolare attenzione alla rigenerazione degli spazi pubblici e dei sistemi di offerta complessiva in essi integrati (commercio, artigianato, servizi terziari, ristorazione e somministrazione, cultura, intrattenimento, ecc.). Professore di Sociologia dell’ambiente e del territorio alla facoltà di Architettura e Società del Politecnico di Milano.
Svolge attività di consulenza per enti pubblici e privati attraverso ROUTE, Rivitalizzazione Organismi Urbani Territoriali Economici, Milano.
1) Quale è il ruolo del commercio e come la sua integrazione è determinante per il territorio e per la vivibilità e sviluppo delle città?
Da almeno un decennio, nelle comunità scientifica, disciplinare e politica che si occupano di territorio e città, nessuno ha dubbi nel sostenere l’importante ruolo della funzione commerciale nella capacità di attrazione e vivibilità dei luoghi urbani. Diverse sono, invece, le valutazioni riferite ai territori extra-urbani, personalmente ritengo che, alla luce di uno dei principali presupposti dello sviluppo moderno e della conseguente sostenibilità che tale sviluppo deve garantire, non ci deve essere spazio per il consumo di suolo fuori dalle dimensioni urbanizzate per quanto riguarda la realizzazione di insediamenti commerciali e/o del terziario, ma anche per altre funzioni quali quelle della residenza, del lavoro, ecc. essendo il suolo una risorsa a termine da salvaguardare per le future generazioni.
Se sul ruolo del commercio non c’è discussione è, invece, meno diffusa la convinzione che la funzione commerciale debba essere considerata all’interno di un più ampio panorama di attività tra loro sinergiche che, per dirla in poche parole, esprime l’offerta complessiva di città e territori.
Infatti pianificazione e programmazione, nelle rispettive disposizioni legislative, amministrative e strumentali, continuano a separare il commercio al dettaglio dai pubblici esercizi-ristorazione, dalle attrezzature per lo spettacolo, per la cultura, dall’artigianato e dai servizi alla persona e alla famiglia. Si veda la molteplicità di atti che per ogni settore le pubbliche amministrazioni devono redigere.
Questa condizione, che può essere facilmente superata con approcci integrati di studio, analisi e progettazione, mostra tutti i suoi aspetti negativi nella pratica, cioè nel momento in cui prendono avvio gli interventi di rivitalizzazione. È quanto mai consueto che un piano di rilancio urbano subisca il disinteresse delle categorie non specificamente coinvolte o dei settori presenti nei singoli luoghi urbani comportando, quindi, l’insuccesso dell’iniziativa e il relativo dispendio di risorse.
2) Nelle esperienze che Lei ha esaminato in ambito nazionale e internazione quali modalità possono essere considerate più adeguate per la valorizzazione dei centri urbani del nostro paese? Nello specifico:
Per ora solo il Piemonte e la Lombardia hanno emesso programmi fondati sull’integrazione delle attività che io definisco miste. Nel caso delle misure piemontesi, che possono vantare un’applicazione decennale approdata negli ultimi anni ai distretti del commercio, è addirittura suggerito il superamento dei confini amministrativi per potere affrontare il rilancio di territori che esprimono filiere di prodotti e servizi ben più ampi di comuni, province, ecc. in un’ottica di area vasta.
Sul fronte internazionale, guardo con interesse i casi di Spagna e Portogallo che attraverso il coinvolgimento diretto degli operatori hanno cercato di fondare in profondità le radici della riqualificazione urbana in modo da garantire una capacità di prosecuzione oltre i primi interventi.
3) Quali possono essere i ruoli del pubblico (comune), delle associazioni di categoria, degli operatori economici e dei privati (residenti e proprietari)? Quale è il modello di TCM più efficace e rispettoso del territorio?
Non credo che ci possa essere un modello da applicare alla rigenerazione urbana. Il territorio non è una superficie in cui si può applicare il teorema di Pitagora per definire la qualità dell’area. In particolare, sono convinto che non esistano formule per l’Italia che nell’arco di 30 - 50 chilometri può esprimere differenze enormi dai punti di vista orografici, culturali, sociali, amministrativi, ecc. e che, di conseguenze, impone di affrontare questo problema più sul piano della sostenibilità.
Alla base di qualsiasi intervento di rilancio occorre porre un attento studio di ascolto, ma anche d’analisi, interpretazione, ecc., delle comunità presenti, sia pubbliche che private, in modo d’individuare le modalità più appropriate per le singole specificità che magari non sono in grado di sostenere un’azione di TCM mentre altrove, invece, potrebbe funzionare.
Sono convinto che, specialmente alla scala regionale, debbano essere disposte modalità di favore nei confronti dei presupposti legati alla sostenibilità, all’integrazione funzionale, all’adozione di forme di partenariato pubblico e privato, alla partecipazione diretta degli abitanti già nella fase preliminare della rivitalizzazione, alla costruzione di impalcature economico-finanziarie tali per cui la durata dell’intervento non si concluda con le risorse del finanziamento iniziale.
4) Come mantenere e valorizzare la funzione dei mercati rionali in situazioni di degrado delle strutture che le ospitano? ![]()
Anche in questo caso non riesco a definire una risposta fuori dal contesto dell’intervento di riqualificazione di un mercato coperto.
Le esperienze che ho avuto modo di seguire mostrano che l’autogestione, in cui gli operatori assumono il diritto d’uso per un certo numero di anni realizzando in proprio la ristrutturazione, se funziona in una città (Mercati di Porta Palazzo a Torino) non si riesce a svilupparla in un’altra (Perugia il Mercato del Pincetto). Oppure, la modalità organizzativa del consorzio tra gli operatori che funziona a Genova (Mercato Orientale) non si riesce ad applicare a Ravenna (Mercato Coperto).
Più in generale mi sembra che sui mercati coperti si determini la stessa situazione che si osserva spesso sul fronte della desertificazione, cioè: quando chiude il negozio di un paese tutti lamentano la perdita del servizio e la latitanza della pubblica amministrazione senza considerare che se l’attività chiude vuol dire che i clienti non la frequentano.
Dobbiamo avere il coraggio di capire che c’è un ciclo di vita anche per le tipologie del commercio e che forse quella dei mercati coperti è giunta al termine per cui sono necessari interventi di riposizionamento per esempio, introducendo nuove offerte legate ai servizi alla persona (salute, tempo libero, cultura) e con alti livelli di prestazioni (pubblici esercizi, ristorazione, ecc.), ma ciò implica una capacità d’innovazione che spesso gli operatori del singolo mercato, purtroppo, non sono in grado di esprimere.
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