Intervento del Vice Presidente Regione Puglia Avv.Loredana Capone
* Intervento avvenuto durante il Focus Group promosso dalla Confcommercio Puglia tenutosi a Mesagne il 9 – 10 Novembre 2009 .L’intervento non è stato riletto dall’autore
Grazie Presidente, grazie a tutti. Mi fa piacere salutare la vostra presenza, ho visto tanti presidenti e segretari provinciali, e vi ringrazio per il fatto che state organizzando questo momento all’interno degli Stati Generali.
Momento di riflessione e di preparazione assai importante, perché teniamo molto agli Stati Generali, quindi questi Focus Group rappresentano proprio un primo momento di riflessione per il dibattito più generale e collettivo che ci sarà a gennaio.…. L’esigua presenza delle donne, però, mi fa pensare al grande numero di donne che sono addette al commercio - il 78%, mi risulta, degli operatori del commercio sono donne - e quindi a verificare, ancora una volta, che la partecipazione non è consona al numero delle donne presenti. Quindi, anche di questo negli Stati Generali si troverà il modo di approfondire.
Vorrei farvi alcune considerazioni, credo rilevanti, rispetto all’organizzazione degli Stati Generali, ma anche rispetto ai temi che andremo a trattare negli Stati Generali.
Stiamo vivendo una stagione del commercio importante, siamo ad uno snodo, ed io vi voglio subito dire che in questo snodo abbiamo affrontato con le Associazioni di categoria una serie di problemi con la possibilità, anche, di soluzioni che sono abbastanza condivise.
Per cui, gli Stati Generali non saranno una passerella, una sorta di momento politico di confronto meramente filosofico. Ci sono delle scelte che hanno sicuramente un richiamo filosofico su che cosa intendiamo noi per centro urbano, che cosa vuol dire per noi l’aggregazione, che cosa vuol dire l’integrazione dei centri, che cosa vuol dire esercizio di vicinato, non solo finanziariamente e economicamente, ma anche che cosa vuol dire dal punto di vista sociale, della funzione sociale, che cosa vuol dire dal punto di vista della funzione urbana, architettonica ed urbanistica.
Quindi la filosofia non è che non c’entri, c’è anche l’argomento filosofico, ma ciò che sarà importante considerare all’interno di questi Stati Generali è come si traduce l’argomento filosofico in argomentazione concreta, in programmazione, in vincoli e in leggi, in vincoli e in norme. Meglio ancora, dei vincoli e delle norme come si tradurranno nella programmazione, non solo regionale ma anche comunale, come si tradurrà in cultura.
Quest’ultimo è l’aspetto più difficile, se pensate a quanti comuni hanno i piani per il commercio si vedrà chiaramente, se pensate a come sono considerati i mercati di aree pubbliche all’interno dei comuni, lo vedrete chiaramente. È chiaro che se ci rendiamo conto che se noi parliamo di norme, di programmazione regionale, parliamo di qualcosa di più semplice, che non dell’intervento culturale che va radicato all’interno delle singole aree territoriali….Anzi, gli Stati Generali devono costituire una sorta di premessa, rispetto ad un lavoro che poi va svolto all’interno delle singole amministrazioni comunali - con le Associazioni di categoria, con gli operatori -attraverso, insomma, un piano di comunicazione, in maniera tale che si realizzi una cittadinanza attiva. Gli Stati Generali perciò sono una scommessa per noi.
Che tipo di commercio vogliamo e come lo vogliamo, all’interno della nostra Puglia? Come vogliamo che si sentano i commercianti all’interno della nostra regione? Come vogliamo che i consumatori entrino in rapporto con loro?
Queste domande non le trovate scritte nella definizione degli Stati Generali, sono la base, sono la sintesi, sono l’essenza degli Stati Generali. Su questo la riflessione sarà profonda, a partire da questa sera, anzi quasi ci sfidiamo reciprocamente, noi e voi, a fare una riflessione profonda.
Come vogliamo che si sentano i commercianti nella regione Puglia? Vogliamo che si sentano delle categorie produttive a tuttotondo, che producono anch’esse - attraverso lo scambio - ma che producono anch’esse prodotti e servizi?
A mio avviso, abbiamo fatto già delle tappe importanti, ma molte altre ne dobbiamo compiere.
La prima tappa è il rapporto con il credito. I commercianti non erano di categoria B, ma meno meno. Gli artigiani sì che avevano tutela. Diciamoci la verità, l’Artigiancassa ha rappresentato uno straordinario strumento di tutela in questi anni per gli artigiani: l’artigiano che volesse aprire un’attività aveva la disponibilità di Artigiancassa per farsi un mutuo, anche quando non aveva le garanzie previste dalle norme di Basilea - e anche prima di Basilea - per rivolgersi ad una banca. Aveva una sorta di istituto di credito vicino e sapeva di poterci contare.
Finalmente con il Titolo 2 è stata superata questa discriminazione che c’era tra artigiani e commercianti, e noi da agosto l’abbiamo estesa ulteriormente questa opportunità: non più solo artigiani ma anche commercianti. Gli incentivi di cui al Titolo 2 per le microimprese e per le piccole imprese sino a 600 mila euro di investimento, finalmente sono estesi anche ai commercianti.
Vedete che le norme seguono la filosofia, e non viceversa, alla base c’è il concetto secondo cui i commercianti in Puglia sono indispensabili.
Perché sono indispensabili e perché è indispensabile la loro tutela? In cui la parola “tutela” non vuol dire soltanto l’incentivo, vuol dire una serie di cose che dirò subito.
Quando noi diciamo che la Puglia punta sul turismo, oltre che su una serie di attività connesse, noi che cosa diciamo? Diciamo, evidentemente, che bisogna dotare il consumatore - turista o locale che sia - di una serie di servizi e di prodotti, che gli vengono offerti in maniera qualitativamente accettabile e in maniera tale da garantire anche l’utile delle imprese che operano. Questo vuol dire intervenire sul commercio. Questo vuol dire che ad un soggetto che decide di aprire una propria attività, dev’essere garantita la possibilità concreta di aprire quell’attività. Ma questo vuol dire anche che quella persona che vuole investire deve avere una serie di servizi per investire, deve avere un piano all’interno del quale deve investire, deve sapere che non ha “mostri” grandissimi rispetto ai quali competere in maniera difficilissima.
Bisogna garantire la parità di trattamento tra gli operatori commerciali? Si. Allora, se il mercato della grande distribuzione è ormai saturo, non si può consentire alla grande distribuzione ulteriori chance. Per cui, l’introduzione della moratoria ha fatto si che a imprese che hanno una grande struttura di vendita, anche a livello organizzativo, si dicesse per un momento “Ora non è più possibile. Consideriamo il mercato, vediamo che cosa si può fare in questo mercato, abbiamo l’esigenza di tutelare i consumatori”.
Valutiamo anche come tutelare i consumatori, perché i consumatori chiedono alla grande distribuzione di fare da calmiere sul prezzo. Quindi, la grande distribuzione rischiava di essere un’alleata dei consumatori, più degli esercenti piccoli. Allora si è detto “Lavoriamo sicuramente sui consumatori, ma nel frattempo alla grande distribuzione diciamo stop”.
Questo è stato estremamente positivo ed è ancora oggi positivo.
Per cui ancora una volta, posti di fronte ad un interrogativo: la moratoria ulteriore della grande distribuzione rischia di diventare anti-europea? Noi andiamo a rispondere: un momento, qual è la situazione del mercato rispetto alla grande distribuzione?
La situazione del mercato rispetto alla grande distribuzione ha alcuni nullaosta commerciali che non sono neppure utilizzati. Questo vuol dire che il mercato è saturo.
C’è, peraltro, un ulteriore problema che deriva dal fatto, chiaramente, di una crisi economica che ha fatto anche allontanare alcuni esercenti della grande distribuzione dalla Puglia e, per fortuna, non abbiamo avuto riflessi sul mondo del lavoro perché i livelli occupazionali sono stati garantiti, ma abbiamo corso seriamente il rischio di avere riflessi anche su quelli e abbiamo molte altre cose a cui pensare in questo momento, rispetto all’incremento della grande distribuzione: abbiamo la necessità di pensare a come integriamo, all’interno dei centri urbani, gli esercizi che oggi sono in periferia; abbiamo la necessità di pensare ad una strumentazione urbanistica e commerciale che siano coordinate; abbiamo la necessità di pensare a come strutturiamo un distretto, un’aggregazione interna alle città, degli esercenti commerciali che possano avere servizi ulteriori rispetto a quelli che hanno oggi. Sono tutti argomenti infilati uno accanto all’altro, che sono le nostre priorità di questo momento.
Per molto tempo si è detto che bisogna calmierare i prezzi, che non essendoci una possibilità di vincolare i prezzi dei beni, il calmiere lo fa la grande distribuzione organizzata. Avendo bloccato la possibilità di aprire nuove grandi strutture di vendita, avevamo il dovere di pensare ad un rapporto positivo con le associazioni di consumatori. Lo abbiamo fatto puntualmente: la Puglia oggi è la regione in Italia - ci è venuto dalla considerazione della Consulta nazione dei Consumatori, ma direi che è sotto gli occhi di tutti - che ha dato maggior peso ai consumatori. Le associazioni nazionali dei consumatori sono cresciute, hanno trovato un interlocutore forte nella Regione nel venire incontro alle esigenze, e si sono così aggregate in un’associazione di secondo livello che si chiama “Istituto per il Consumo”, che ha sede a Bari e che raggruppa le associazioni di primo livello dei consumatori.
L’”Istituto per il Consumo” è un interlocutore regionale, e ci ha fatto piacere quando tutte le regioni d’Italia alla Consulta Nazionale, che si è tenuta il mese scorso, hanno chiesto copia della delibera per poter capire come sia stato possibile che si siano messe insieme tante associazioni in genere litigiose tra di loro. Quindi, c’è ne rapporto anche con i consumatori, che oggi anche attraverso la “Carta dei Servizi”, e una serie di altre opportunità, possono in qualche modo chiedere rispetto per le loro esigenze.
Ma questo rispetto passa solo attraverso la grande distribuzione? Questo stereotipo volevamo sfatare, ed io credo che stiamo riuscendo a sfatare lo stereotipo secondo cui la grande distribuzione tutela di più gli interessi e diritti dei consumatori, rispetto a quanto non facciamo i piccoli esercenti. Stiamo riuscendo a sfatarlo - e non dico siamo riusciti perché la sfida degli Stati generali è esattamente questa: costruire alla fine un assetto ordinato di rapporti, che possa consentire davvero la garanzia di questi diritti - perché abbiamo uno, più uno, più uno, una serie di priorità sul nostro tavolo.
Una di queste priorità è rappresentata dall’esercizio del mercato su aree pubbliche. Chi pensa al mercato sulle aree pubbliche? Ci deve pensare il Comune?. Tanto ci deve pensare il Comune che nei Fondi europei non è nemmeno prevista la possibilità di erogare, da parte della Regione, risorse al Comune per incentivare il commercio su aree pubbliche, o per razionalizzare, o migliorare il commercio su aree pubbliche.
La Regione Puglia, anche in questo caso, è riuscita a superare l’ostacolo e con una serie di bandi che stanno andando a conclusione si è pervenuti a questa soluzione: si finanziano consorzi di imprese che realizzano il miglioramento degli assetti dei mercati su aree pubbliche, un miglioramento indispensabile, perché ci sono casi in cui non è rispettata neppure la situazione igienica del mercato su aree pubbliche. Questo è un tema importante, non è da sottovalutare, sempre rispondendo alla logica della filosofia, di cui parlavamo prima, se alla nostra filosofia c’è contemporaneamente la tutela dei consumatori e quella dei produttori di beni e servizi - o dello scambio - allora noi dobbiamo garantire che quell’esercizio avvenga in una maniera ordinata e rispettosa, e quindi combattere contro l’abusivismo che si realizza sulle aree pubbliche, combattere contro la mancanza di organizzazione, combattere contro la mancanza di strutture è una lotta indispensabile. Ma oltre la lotta, servono anche quelle regole che maturano un modo diverso di stare insieme, perché fanno parte della Puglia che vogliamo, fanno parte anche del rispetto della tradizione dei luoghi.
Ci sono aree in cui il mercato che si deve realizzare sulle aree pubbliche, viene confinato nell’estrema periferia, lì dove non solo non ci sono servizi, ma lì dove non c’è un minimo di residenza. Perché? Perché culturalmente, evidentemente, si ritiene quel mercato come un mercato non di serie B, ma un mercato di serie infima, tanto da non consideralo come uno strumento di aggregazione. Ci sono altre aree, invece, che hanno saputo approfittare del mercato su area pubblica per renderlo un centro di aggregazione sociale, di vivibilità urbana, addirittura di attrazione turistica. Lì funziona e lì si realizza sviluppo, lì gli esercenti hanno maggiori profitti e i consumatori hanno maggiori vantaggi. Avete visto come me, credo, i documentari in cui sono intervistate le famiglie che si recano ai mercati per avere un risparmio in un momento di crisi, specialmente quando si perde il posto di lavoro e, all’interno della famiglia, si cerca di risparmiare anche il centesimo.
Questo tassello fa parte degli Stati generali, perché se noi vogliamo essere come le migliori realtà europee anche su queste aree, noi dobbiamo strutturarci in modo da esserlo, non viene da solo e vorrei dire che nessun Comune lo pratica da solo. Allora noi lo abbiamo fatto anche mettendo risorse pubbliche a sostegno di queste attività, ma vi devo dire che il profitto che ha guadagnato la Regione non è soltanto quello di avere migliori aree destinate al mercato su aree pubbliche, ma è stato quello di avere anche consorzi di imprese, che si sono associate per fare servizi comuni. Già questo è un valore di per sé.
Qual è il tipo di commercio che noi vogliamo all’interno della città?
Abbiamo già detto che rispetto alla grande distribuzione abbiamo quei problemi, ma noi non potremo nascondere che dovremo esaminare la grande distribuzione anche negli Stati generali, ma come la vogliamo in maniera tale da coordinarci con i piccoli esercenti?
Allora sia per l’esistente, sia per il futuro non può esserci grande distribuzione - premesso, certamente, che non nascerà con questa Amministrazione, ma noi negli stati generali non studiamo solo per questa Amministrazione, dobbiamo prevedere uno sviluppo pluriennale - in un’area urbanisticamente attrezzata e collegata alle città. È inconcepibile diversamente.
Oggi noi abbiamo cattedrali nel deserto e quelle generano l’idea del non luogo, che non è soltanto un problema commerciale, è un problema urbanistico, economico, sociale.
La famiglia che si reca in un centro commerciale che si trova nella periferia urbana, completamente staccata dalla città, perde il senso dell’agorà. L’agorà non può essere quella che si istaura all’interno di un centro commerciale, sarà sempre finalizzata al consumo mero. Non integra la persona nel tessuto urbano. La politica deve avere anche questo obiettivo, perché la politica non ragiona per compartimenti stagni.
Ciascuno può difendere al massimo il suo interesse, è comprensibile che le lobby della grande distribuzione abbiano l’interesse legittimo di tutelare al massimo il loro profitto, ma non è comprensibile che lo faccia la politica. La politica si deve porre degli obiettivi che siano generali e di coordinamento delle politiche, allora porremo agli Stati generali una sfida e una riflessione: la sfida è quella di piani per il commercio che abbiano con chiarezza il loro collegamento con l’urbanistica e con i servizi, in maniera tale che sono concepibili centri commerciali soltanto là dove facciano parte di politiche integrate di sviluppo, sicché c’è la piattaforma logistica, c’è lo scalo, c’è anche il centro commerciale.
Ma se non è così, e tutta la società deve pagare ex-post - dopo che è nato - i servizi per l’integrazione del centro commerciale, quella non è una’attività commerciale congrua, quella è una speculazione immobiliare che sulle spalle dei cittadini ha realizzato il centro commerciale.
Queste cose, ovviamente, non le penso da ora, il Segretario Regionale Giuseppe Chiarelli è testimone di una lunga giornata presso gli uffici regionali in cui dettai una quarantina di pagine a verbale su queste cose, per conto di un Ente Locale.
Quindi, io credo fortemente che questo dev’essere uno spazio importante degli Stati Generali, ma non basterà, perché poi noi dobbiamo costruire anche il modo per gli esercenti commerciali di sentirsi parte di una città, perché oggi neanche questo accade. Per assurdo, quelli diventano i non luoghi e l’agorà, e lo diventano in sostituzione di un’agorà vera, che esiste, ma che non ha l’autostima perché mancano dei servizi di connessione che la facciano sentire tale. Anche questo va superato.
Come? Esiste una formula?
Oggi non c’è in Italia una formula, ci sono tante eccellenze: ci sono delle città che hanno buoni mercati, centri storici coordinati, ma non esiste una formula. Noi dovremo essere capaci di arrivare ad una formula che aiuti anche quei comuni che non hanno l’intuizione a realizzare ottimi centri urbani. Può essere quella del distretto urbano del commercio? Non lo so, chiamiamolo come vogliamo, l’importante che ci capiamo sul contenuto, e il contenuto dev’essere quello di aiutare i centri urbani - intesi non solo come centri storici- a costruire la propria area commerciale.
Nel 1957-59 ci fu un esperimento pilota, voluto dal Presidente del Consiglio Fanfani: la città policentrica. La città policentrica era strutturata in maniera tale da evitare le periferie degradate, perché il rischio che si stava verificando nel periodo subito dopo la II guerra mondiale - e che purtroppo si è verificato di gran lunga molto dopo le previsioni, per leggi urbanistiche che non sto qui a toccare - era quello di creare periferie degradate che non avessero servizi e che fossero casermoni residenziali.
Allora si disse: come si evita questo problema? E un gruppo di studiosi cominciò a scrivere questa idea di città policentrica: ogni nucleo periferico che nasce, dev’essere servito da tutti i principali servizi pubblici - un’autorità di pubblica sicurezza, una chiesa, un’organizzazione civile, un’area commerciale - perché, si pensava, in questo modo non nasce il casermone, ma c’è l’idea - anche in piccolo - di città policentrica, legata a centro.
Furono sette in tutta Italia i casi realizzati, uno di questi esempi si realizzò a Lecce, ed è il quartiere di Santa Rosa, un quartiere popolare. Qual è l’esito? Cinque anni fa commissionai, da Assessore dei Servizi Sociali della provincia, una indagine sullo stato di salute degli anziani nella provincia: il quartiere di Santa Rosa era il quartiere in tutta la provincia di Lecce in cui la qualità della vita dell’anziano - a livello di relazione umana - era a livello più alto, perché l’anziano si sentiva meno solo, aveva tutto ciò che gli serviva nel suo quartiere ed aveva come luogo di aggregazione il mercato.
Può sembrare un racconto, no, è la filosofia che deve far parte di un obiettivo: qual è la città che vogliamo domani, se non l’attrezziamo nascerà in maniera disorganica, non attrezzata, non avrà questi servizi. Quel quartiere non nasce dall’improvvisazione del Comune, nasce da uno studio, da un pensatoio di chi ha lavorato avendo come obiettivi l’inclusione e i servizi.
Ecco perché è inconcepibile che ancora oggi qualcuno pensi che se si mette quanto più nella periferia non residenziale il mercato, di qualunque tipo esso sia, tanto meglio sta la città. È impensabile perché c’è una ragione di trasporti, c’è una ragione di vita civile, una ragione di età che consigliano che i mercati siano collocati nei centri - centro storico, centro del quartiere, ma comunque ci sia un quartiere che pulluli intorno, o dentro, l’area del mercato - .Tutto questo si prepara, si scrive, si programma.
A Barcellona hanno immaginato il distretto. Andare al mercato di Barcellona significa andare in una sorta di gioielleria, un luogo visitatissimo dai turisti perché visivamente bello. È estremamente piacevole parteciparvi, e anche la gente di Barcellona compra bene in quel mercato perché comunque si realizza - per il fatto di essere in una unica struttura - quel calmiere del prezzo che è normale in aree di quel tipo.
Noi dobbiamo concepire questi Stati Generali in maniera tale da arrivare ad una programmazione “tipo”, per aiutare i Comuni ad occuparsi culturalmente del commercio, non elettoralmente. Occuparsene culturalmente vuol dire non fare le speculazioni immobiliari perché non tutelano il mercato alla fine, forse nel frangente può dare qualche esito - potrebbe servire in campagna elettorale, o alla clientela - ma nel luogo periodo cosa rimane di quell’operazione staccata dal tessuto urbano?
In secondo luogo, la riflessione deve ricadere anche nella programmazione urbanistica collegata a quella commerciale. Mi rendo conto che qui la sfida la dobbiamo compiere anche noi come Regione: formazione.
Evidentemente non siamo arrivati ancora al punto se così scarso è il numero di Comuni che produce piani per il commercio, vuol dire che per il Sindaco e per l’assessore a ramo dei comuni interessati, la scelta di fare un piano per il commercio non è una scelta strategica. Come è possibile che non la ritengano una scelta strategica, posto i risultati? Vuol dire che c’è un gap culturale. Allora ci rendiamo conto che dobbiamo strutturare una buona campagna formativa ed informativa.
Alla fine di questo percorso avremo la necessità anche di capire come possiamo, all’interno degli Stati Generali, comprendere le problematiche del lavoro. …
Noi sappiamo che il tasto del lavoro è un tasto delicato per il commercio, perché da una serie di indagini statistiche emerge come ci sia una diffusione di lavoro nero, di lavoro dichiarato in modo diverso magari da quello che è, all’interno di questo settore, a dire la verità, all’interno di tutto il terziario.
Sono dell’idea che un problema lo si deve affrontare sempre, bisogna affrontarlo, perché sono dell’idea che quello è un mezzo di tutela degli imprenditori commerciali. Non vi stupite, so di essere un po’ rivoluzionaria, approfitto per dettagliarlo. Facciamo un esempio: quando in un territorio senza regole nasce l’abusivismo edilizio, la colpa è dei cittadini che realizzano abusivamente o è delle amministrazioni che non scrivono le regole da dettare a quei cittadini perché nasca un piano ordinato? Perché noi abbiamo aree costiere invase dall’abusivismo edilizio, invece andiamo a vedere in altre aree un assetto ordinato, che difende sia il paesaggio che gli interessi degli imprenditori, sia del turismo sia gli interessi degli abitanti? Perché in un caso ci sono le regole, in un altro no.
Allora, io dico, anche con riferimento a questo - che non deve essere un tabù - noi dobbiamo riflettere che ci sono davvero dei problemi, se in questo settore - nel terziario - troviamo più lavoro nero, evidentemente, è perché abbiamo una difficoltà, che si chiama piccolissima impresa, che deve contemporaneamente subire le incertezze dell’utenza e avere diritti particolarmente tutelati dei lavoratori, e nessun diritto da parte dell’imprenditore.
Mi spiego ulteriormente, il piccolo imprenditore del commercio è sostanzialmente un lavoratore, che non ha alcun diritto come lavoratore. Diverso è per chi ha più di 15 dipendenti, che ha una serie di ammortizzatori sociali, per cui se va in crisi dice “almeno i lavoratori miei sono difesi, non mi assumo anche la responsabilità delle loro famiglie”. Nell’artigianato, nell’industria è estremamente frequente il caso di avere più di 15 dipendenti, nel commercio invece è rarissimo avere più di 15 dipendenti, tranne per le grandi strutture di vendita.
Allora dobbiamo trovare uno strumento per far sì che ci sia una solidarietà tra questi soggetti, in maniera tale che si esca dal lavoro nero, ma non si costringa neppure l’imprenditore a rischiare il fallimento semplicemente perché ha deciso di assumere una persona.
Noi dobbiamo affrontare il tema del lavoro, all’interno del terziario, come un tema vero. Poi vogliamo dire che si può creare una forma di compartecipazione dei lavoratori, il rischio dell’impresa, non voglio parlare io, non sono io la persona specializzata ma di certo va affrontato.
Così come va affrontato il tema delle aperture, perché è un tema che incide sull’imprenditore ma anche sul lavoratore, tocca il sangue delle persone, tocca la carne.
Che cosa vuol dire le aperture? Il tema delle aperture è un problema economico, ma è un problema prevalentemente sociale, io la vedo così, perché se non lo confidiamo solamente nell’economico abbiamo dato un solo sguardo.
Perché lo guardiamo soltanto dal punto di vista della grande distribuzione? Lo guardiamo solo da un punto di vista della grande distribuzione, perché la grande distribuzione è organizzata per le aperture, ha i turni. La grande distribuzione concepisce il lavoro con i propri dipendenti già in una turnazione che le fa fronteggiare bene il rapporto con le aperture.
Chi è soccombente invece? Chi ha uno o due dipendenti, e a quei poveri dipendenti deve chiedere di fare più dell’imprenditore, di assumersi il rischio dell’impresa senza avere nessun vantaggio sostanzialmente, perché quando tu ad un lavoratore gli hai chiesto anche di lavorare la domenica, tu non ti puoi permettere di assumere un altro per la domenica, perché la turnazione è difficile per un piccolissimo, quindi tu gli hai chiesto di fare il sacrificio che in genere è richiesto a chi in genere ha un utile maggiore; ammesso che l’utile maggiore si realizzi, perché poi l’utile maggiore deriva da una serie di conseguenze che voi insegnate e a me.
Quindi, anche rispetto a questo tema, va tracciato un minimo di base attraverso la quale poi disciplinare per il futuro, e questo ve lo chiedo serve anche a noi. Noi ci rendiamo conto di essere perfettamente lacunosi rispetto al tema delle aperture. La verità è che per chiunque, fuori dalla grande distribuzione, debba restare aperto di domenica si presenta il problema di rapporto con il lavoro che va esaminato, perché se noi non diamo un quadro normativo di quel rapporto, noi avremo generato un cambiamento negli stili di vita, una mortificazione, una sofferenza per le famiglie che produce danni sociali. E non è solo la messa domenicale, come qualcuno ideologicamente vorrebbe dire - io magari mi ci trovo perché ho una cultura cattolica - ma non è assolutamente la messa domenicale, è proprio lo stare con la famiglia, la conciliazione - posto che il 78% sono madri e aspettano la domenica per avere un rapporto con i figli - ma anche il rapporto che si deve realizzare con la propria vita sociale. Non si può escludere dalla vita sociale un lavoratore, altrimenti non si avrà più un lavoratore, si avrà una persona depressa, perché ritornare il lunedì dopo che si è lavorato la domenica è impossibile.
Quindi, io dico, tutte queste valutazioni sono al vostro vaglio e sono molto felice che sarete voi ad esaminare questi problemi e a darci una soluzione. Saranno poi, dopo che le avrete esaminate con una possibile soluzione, al nostro vaglio. Certamente contate non solo su un’attenzione e su un ascolto ma, fosse anche per le sole cose che vi ho detto questa sera, contate su una partecipazione responsabile di questa Amministrazione, convinti che forse nei prossimi quattro mesi non potremo fare tutto - ma chi l’ha detto che non avremo altro tempo - e poi in questi quattro mesi comunque si possono mettere delle cose importanti da poi continuare in seguito.
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